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Il Comune di Benevento e il mancato rispetto per la memoria, anche per la sola targa dell’alluvione del 1949

Pubblichiamo da Il Vaglio (leggi articolo originale)

1206004738_alluvioneMemoria collettiva, e conseguentemente condivisa e anche storica: ecco un valore ed un patrimonio che, nel corso degli anni, siamo stati abituati a ritenere desueto. Lo sguardo rivolto all’indietro per interpretare, fare tesoro o anche solo cristallizzare gli eventi della società, in un presente di modernità spinta all’eccesso in un sola direzione (avanti) è divenuto un inutile orpello, un vezzo intellettuale, un segno di inadeguatezza quotidiana.

Ma tale disegno, ogni tanto, incontra delle resistenze. Di una di esse diamo conto in queste righe.E’ quella di “un beneventano di anni 76 da oltre 50 anni residente in provincia di Torino (Ciriè, Ndr)”, Roberto Capobianco. Che ha imbracciato l’arma della modernità (posta elettronica) per scavare nella sua, e nostra, memoria.

“Ho ancora dei parenti nella natia città che almeno una volta all’anno vado a trovare”, scrive Capobianco. Che intende affidare un ricordo e una riflessione ad un organo d’informazione perché sia fatta propria da (parte di) una comunità dopo un… cordiale disinteresse dell’istituzione (il Comune di Benevento, per intenderci – come leggeremo).

“Sull’attuale fabbricato sito all’angolo tra la Piazza Bissolati e il Viale Principe di Napoli (attualmente vi è una galleria per la vendita di cosmetici) c’era una una targa che ricordava il livello, quasi cinque metri, che l’acqua del fiume Calore raggiunse a seguito della disastrosa alluvione del 2 ottobre 1949”, livello “che arrivò sotto la tettoia dell’allora Supercinema”.
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“L’alluvione, che il 2 ottobre 1949 sconvolse tutta la valle del medio e basso Calore, causò morte e danni notevoli nella parte bassa della città di Benevento. In sole tre ore furono sommersi dalle acque: piazza Bissolati; viale Principe di Napoli e via Valfortore. Al culmine della triste vicenda, si pensò di far saltare con mine l’antico ponte Vanvitelli ritenuto causa della grave sciagura perché le sue cinque arcate non consentivano il libero deflusso delle acque. Nella tarda mattinata però, il livello dell’ acqua si abbassò notevolmente tanto che nel pomeriggio il ponte Vanvitelli divenne nuovamente transitabile.

L’alluvione aveva portato via venti vite umane, distrutto case e arrecato danni irreparabili alla casa di cura Fatebenefratelli, dove ancora oggi vi è una lapide che ricorda il livello raggiunto dall’acqua in quel triste giorno e alla chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Fino a pochi anni fa, nell’abside della ricostruita chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, si poteva osservare un affresco che ricordava due dei momenti più dolorosi della città di Benevento: le impressioni sconvolgenti dei bombardamenti del 1943 e le scene tragiche dell’alluvione del 2 ottobre 1949”: questo è quanto si legge in un nota dell’Associazione Radioamatori Italiana sezione di Benevento quando organizzò il decimo Diploma dedicato al sessantesimo anniversario del tragico evento dell’alluvione di Benevento, nel 2009. Riportando anche stralci dell’appello dell’allora Arcivescovo Agostino Mancinelli: “Le acque furenti, che il 2 Ottobre in poche ore si riversarono su una parte eletta della città di Benevento e nelle campagne, hanno portato distruzione, morte, sofferenze, miserie e futura disoccupazione. L’Italia intera ha volto lo sguardo con animo commosso a un popolo due volte colpito. Il Santo Padre, che tramite la Pontificia Commissione Assistenza, ha subito inviato soccorsi di vettovaglie e medicine, più mille brande per chi non ha che paglia, il Governo che sta provvedendo con svariate provvidenze, il Comitato Civico Nazionale che ha già inviato pasta, pacchi dono in triplice ampia spedizione possono andare incontro alla grande massa di sinistrati e alle principali loro necessità immediate. Abbiamo sepolto con lagrime anche le vittime!. Però rimane sempre una parte di popolazione che sfugge agli elenchi ufficiali, bisognosa di svariate necessità, e soffre di più. Vi sono famiglie assai bisognose sparse per le campagne che non hanno ove appoggiarsi. E infine vi sono coloro che non hanno coraggio di mostrarsi e di chiedere”.
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La cornice appare chiara, l’evento certo superato, ma certo indelebile. Il presente, riannoda il filo della narrazione lo scritto di Capobianco, ha alle spalle un “lavoro di rifacimento della facciata del palazzo”, che “ha fatto sparire questa targa”, unica testimonianza di quel disastro.

“Tenuto conto che i miei familiari abitano in Via Grimoaldo Re n.16 e, quindi, a pochi metri da questo fabbricato, mi capita, quando vengo a Benevento, di passarvi vicino, per cui il mio sguardo è rivolto sempre a quell’angolo”.

Quando si parla di diritto/dovere civico non può non intendersi anche quello della ‘memoria’, e così Roberto Capobianco ha, da cittadino di una società che pare proprio in via d’estinzione, evidenziato al “locale Ufficio URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico del comune, Ndr) con una e-mail del 19 settembre 2014, sollecitata con altra del 13 ottobre”, la circostanza della targa scomparsa, “perché il Responsabile comunale dell’Arredo Urbano provvedesse a ripristinarla”.

Il risultato? Verrebbe voglia di non scriverlo: “Nessun cenno di riscontro mi è mai pervenuto dal sopraddetto Ufficio”.Il rampantismo politico giovanilistico dell’era moderna non ha tempo: per la storia, per la memoria, per un cittadino. E la sua onda anomala spazza via la cultura del ricordo.

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