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Baganza, lettera di Enrico Ottolini: “Le Casse di Espansione? Protesi necessaria ma non sufficiente”

Pubblichiamo da Parma Today (leggi articolo originale)

Alluvione e stato di cura del torrente Baganza. Dopo gli eventi tragici del 13 ottobre il tema principale, sollevato dalla politica, è stata la realizzazione delle Casse di Espansione, opera importante ma mai realizzata a difesa del torrente Baganza. Enrico Ottolini del Wwf da un’altra chiave di lettura dello stato del torrente, pur ritenendo fondamentale l’opera.

LA LETTERA DI ENRICO OTTOLINI. “Dopo decenni di colpevole disinteresse, l’alluvione del 2014 ha restituito al torrente Baganza una certa attenzione. Varie occasioni di approfondimento – articoli, interviste, incontri pubblici – seguite alla calamità del 13 ottobre, hanno evidenziato che la causa principale dell’esondazione è la sottrazione di spazio al dinamismo fluviale: dove un tempo la piena era laminata da ampie aree golenali, oggi sorgono campi, strade, insediamenti industriali e residenziali, oppure terrazzi troppo elevati rispetto ad un alveo stretto e sempre più inciso. Come è ben descritto nelle pubblicazioni della Provincia di Parma, dal 1810 al 1996 l’area esondabile da Marzolara a Parma è diminuita di 500 ettari, corrispondente alla metà del volume complessivo originario, mentre l’alveo si è abbassato di un metro e mezzo, come conseguenza della continua sottrazione di ghiaia.

Tuttavia, se la riduzione della sicurezza idraulica è oggi evidente ed ampiamente riconosciuta, non sembra che la stessa consapevolezza sia maturata riguardo agli effetti negativi che la non-gestione del torrente ha prodotto su tante altre funzioni svolte dal Baganza, come ad esempio la capacità di metabolizzare i carichi inquinanti, di alimentare gli acquiferi, di sostenere i popolamenti ittici, di connettere habitat e di conservare una parte del nostro patrimonio naturalistico. Si tratta di una serie di “servizi ecosistemici”, normalmente garantiti quando gli ambienti naturali sono mantenuti in buone condizioni di funzionamento e che invece richiedono costosi sistemi artificiali (depuratori, casse d’espansione, prelievi dal sottosuolo, ecc.), quando tali ambienti vengono compromessi.

Ed effettivamente, dando uno sguardo al programma di interventi reso noto pochi giorni fa dal Commissario delegato per l’emergenza e a quelli annunciati per le fasi successive, si avverte ben poca attenzione al necessario ripristino di una morfologia fluviale meno compromessa. Viene data grande enfasi al tema delle casse d’espansione, che costituiscono in definitiva una sorta di protesi, pur necessaria, ma insufficiente, in mancanza di altre cure per il corpo malato dell’intero torrente. Mi riferisco in particolare all’eliminazione degli insediamenti abusivi, alla delocalizzazione di quelli incongrui, alla creazione di aree esondabili in golena, di ecosistemi filtro e di bacini di stoccaggio, allo smantellamento di opere di difesa non funzionali, al ripascimento dell’alveo, al controllo dei prelievi e al ripristino delle condizioni morfologiche naturali, laddove possibile.

Uno studio realizzato alcuni anni fa dall’Università di Parma dimostra la fattibilità tecnica e la convenienza di un recupero del torrente, che trova riscontro anche nelle leggi e nei regolamenti in vigore, a partire dal Piano per l’Assetto Idrogeologico del bacino del Po e dalla Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60 CE. Inoltre nella nostra provincia abbiamo esperienze concrete che andrebbero valorizzate, come quella del Parco del Taro, che con un importante lavoro cominciato oltre quindici anni fa, ha ottenuto l’entusiasmante risultato di un recupero morfologico del fiume, in controtendenza rispetto ai corsi d’acqua appenninici della nostra regione.

Insomma, ci sarebbero tutti gli elementi per affrontare in modo ben più risolutivo i problemi del Baganza, ma sarebbe necessario un impegno consapevole da parte di tutti i soggetti interessati. In situazioni analoghe, in Italia ed in Europa, i problemi complessi dei corsi d’acqua sono stati risolti attraverso lo strumento partecipato dei “contratti di fiume”, nella consapevolezza che l’unico modo accettabile per difenderci dai fiumi è quello di difendere i fiumi. Non meriterebbe anche il Baganza la stessa considerazione?”

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