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nov 25

Pantano Italia

Pubblichiamo da Panorama (leggi articolo originale)

Ben 540 millimetri di pioggia caduti in 24 ore in Veneto nell’ottobre 2011; 500 millimetri in 5 ore a Genova nel novembre 2013; 400 millimetri in 24 ore in Sardegna nel settembre 2014; 395 millimetri in 24 ore a Genova nel novembre 2014. Quantità di pioggia che corrispondono a un terzo di quella caduta in media in un intero anno. Gli eventi meteo estremi sono aumentati? E saranno sempre più frequenti?

Dal punto di vista scientifico, eventi localizzati nel tempo come quelli citati non sono statisticamente significativi. Le risposte più esaurienti le danno alcuni studi dell’Isac (Institute of atmospheric sciences and climate) del Cnr pubblicati sull’International Journal of Climatology. Una di queste indagini ha esaminato gli ultimi 120 anni (o 180 anni a seconda della zona) di piogge nel nostro Paese. Michele Brunetti, uno degli autori, riassume i risultati: “Abbiamo osservato un calo delle precipitazioni totali e dei giorni piovosi sul territorio nazionale, ma un aumento dell’intensità, cioè dei millimetri per giorno piovoso. Gli eventi ad alta intensità erano concentrati nel nord-est”.

L’intensificazione delle piogge nel Mediterraneo appare un fatto probabile nelle prossime decadi: secondo il Journal of Climate, la frequenza di eventi estremi crescerà nei prossimi decenni se gli scenari di aumento della temperatura descritti dall’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) dovessero verificarsi. Uno degli autori dello studio, Silvio Gualdi, direttore della divisione servizi del clima del centro Euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, sostiene: “Differenti modelli prevedono un calo delle precipitazioni e un aumento della frequenza di piogge intense. Non significa che nei prossimi 10 anni gli eventi estremi debbano sempre aumentare: un arco piccolo di anni è modulato dalla variabilità naturale”.

Sempre secondo i modelli, più in là si andrà nel tempo più il cambiamento sarà visibile. Nella continua emergenza idrogeologica, il clima non è tuttavia l’imputato principale. Sostiene Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana: “L’intensificazione delle piogge è un fatto ancora non chiaro dal punto di vista statistico; ma la ragione delle continue alluvioni si deve soprattutto alla cementificazione del territorio. Registriamo più danni perché, rispetto a cent’anni fa, un evento estremo ha più probabilità di colpire cose e persone. Siamo più vulnerabili a causa dell’aumento vertiginoso
della popolazione e delle infrastrutture”.

Dall’agricoltura arrivano segnali più chiari di un cambiamento meteorologico e climatico. “Negli ultimi anni c’è stata una costante crescita nella quantità di danni all’agricoltura” afferma Rolando Manfredini, capo area responsabile qualità della Coldiretti. “In alcune aree vi sono state piogge più intense e siccità più prolungate; e dal punto di vista climatico si percepisce una sofferenza di alcune specie di piante in aree dove prima erano endemiche”. Lorenzo Bazzana, responsabile del settore tecnico ed economico, fa alcuni esempi: “Quest’anno abbiamo avuto un calo del 35 per cento per l’olio di oliva, del 15 per il vino e del 4 per il grano duro. Nel complesso la perdita per la difesa delle colture, le perdite produttive e lo stravolgimento nei consumi è di 2,5 miliardi”.

Suolo sempre più fragile

Osserviamo il cielo, ma il problema è sotto i nostri piedi. Basta lasciare parlare le cifre: il 10 per cento del territorio è a rischio idrogeologico, una superficie che interessa l’80 per cento dei comuni. Le persone esposte al pericolo potenziale sono 6 milioni. Potenziale ma non troppo: negli ultimi 100 anni abbiamo avuto oltre 4 mila frane e alluvioni, con 12 mila vittime. E il quadro appare sempre più nero. Gli esperti hanno aggiornato le previsioni, calcolando in circa 2 milioni le località a rischio (10 mila esposte a pericolo elevato). Un rapporto europeo su Nature Climate Change lancia un allarme che sarebbe meglio non ignorare: alluvioni e inondazioni potrebbero raddoppiare entro il 2050 con un impatto economico in crescita del 500 per cento, fino ad arrivare a 23,5 miliardi l’anno. Il dato si riferisce all’Europa, ma se teniamo conto che il 68 per cento delle frane su scala continentale interessa l’Italia, ecco che le proiezioni ci assegnano, per il 2050, un conto di 10 miliardi l’anno tra costi diretti e indiretti provocati da disastri idrogeologici.

L’ultimo rapporto Ance (Associazione nazionale costruttori edili) e Cresme (Centro ricerche economiche, sociologiche e di mercato) punta il dito sulla mancata manutenzione del territorio. Il rapporto ha quantificato i lavori per la prevenzione delle situazioni di dissesto idrogeologico nel periodo 2002-2012: 13.483 interventi per un volume d’affari complessivo di 6,2 miliardi di euro. Sembra tanto? Rispetto all’intero mercato delle opere pubbliche, rappresenta il 5 per cento per numero di interventi. È drastico Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca perla protezione idrogeologica del Cnr. “Non si può difendere ciò che è stato costruito nelle zone in cui il territorio è fragile. Se non vogliamo più morti, dobbiamo spostare gruppi di costruzioni un po’ ovunque nel Paese, e nei casi estremi avere il coraggio di abbatterle. Tenendo conto che non stiamo parlando di edifici di pregio come il Palazzo degli Uffizi di Firenze, per intenderci”. “Se guardiamo ai dati, è chiaro che le cause sono da cercarsi solo per il 10-20 per cento nel clima, il resto è dovuto all’uso scellerato del territorio” conferma Nicola Casagni, ordinario di geologia applicata al dipartimento di scienza della terra dell’Università di Firenze.

L’Italia è il Paese con il tasso di natalità tra i più bassi d’Europa, ma in quello di consumo del territorio non ci batte nessuno. Tanto per avere un’idea, la Liguria negli ultimi 20 anni ha inghiottito il 45 per cento della superficie libera dal cemento. Dal 2001 al 2006 il Veneto ha costruito abitazioni per il triplo del numero dei suoi abitanti. Dal 1954 a oggi si sono consumati 8 metri quadrati di suolo al secondo, 70 ettari al giorno, pari a 100 campi di calcio. E non hanno aiutato i condoni edilizi, in media uno ogni 10 anni, che hanno sanato 4 milioni e 600 mila abusi (dal 1948 a oggi) per un totale di 800 milioni di metri cubi di volumi edificati. Non è facile invertire la rotta, soprattutto in un periodo di crisi economica. “I comuni si ritrovano con le casse vuote o impossibilitati a spendere” afferma Casagni. “La prima cosa che fanno quando hanno bisogno di soldi è rilasciare concessioni edilizie per incassare oneri di urbanizzazione”. Oneri destinati al territorio ma che finiscono per pagare gli stipendi dei dipendenti comunali. “Bene allentare il patto di stabilità. Allo stesso tempo vanno obbligati i comuni a usare gli oneri di urbanizzazione solo per le opere di prevenzione e difesa del suolo”.

#italiasicura

“Fino al 2006 avevamo una media di 10-15 eventi meteo estremi l’anno. Nel 2013, 352. Nel 2014 abbiamo superato i 500. Non è più possibile parlare di eventi eccezionali: ormai sono ordinari”. Roma, largo Chigi, secondo piano, Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico. A Erasmo D’Angelis, ex sottosegretario ai Trasporti, Matteo Renzi ha affidato #italiasicura. Che non è un hashtag, ma una rogna vera: rimediare a 70 anni di distruzione sistematica del territorio e a un caos burocratico dove 3.600 enti diversi si sono rimpallati competenze e responsabilità fino allo stremo, riuscendo a bloccare perfino quei pochi progetti per cui si erano trovati i finanziamenti. Basta dire che nei cassetti, dice D’Angelis, “abbiamo trovato 2,3 miliardi già stanziati ma mai spesi”, contando i 420 milioni per Sarno (alluvione del 1998), gli 80 milioni per l’Arno (fermiin cassa dal 2005), i 30 per il Seveso (esondato 9 volte solo nel 2014). Ora tocca alla sua struttura pianificare e coordinare 7 mila cantieri da aprire entro il 2015, con una spesa di 9 miliardi, che il governo assicura “veri e pronti da spendere” nei prossimi 6 anni, passando da una spesa di 50-200 milioni l’anno per la difesa del territorio a una media di 1,5 miliardi. Soldi benedetti, secondo l’Ance: ogni miliardo investito creerà 23 mila posti di lavoro, per il Paese potrebbe iniziare un new deal. “Siamo uno dei paesi a più alto rischio idrogeologico del mondo, con un territorio cementificato in maniera insensata”. Con costi enormi, in termini di vittime ed economici.

Il deterioramento del territorio incide sul bilancio dello Stato per 3,5 miliardi l’anno. Cifra sottostimata: ci sono danni per centinaia di milioni che non conteggiati perché, magari, avvengono a chilometri di distanza, dove l’emergenza non è stata dichiarata. Dall’alluvione di Firenze (1966) a oggi abbiamo speso 168 miliardi per ricostruire case, fabbriche, autostrade, ferrovie, reti idriche ed elettriche il cui danneggiamento ha causato altri costi e ritardi. Una spesa, dice brutalmente D’Angelis, che “non possiamo più permetterci”.

Ognuno deve fare la sua parte

Se il Paese è «una penisola-catalogo di rischi naturali», come avverte l’home page di #italiasicura. Se i soldi in cassa per risarcimenti sono pochissimi. Se per risanare il territorio occorrono 40 miliardi, e possiamo contare sì e no su 9. Allora è il momento di cambiare non solo passo, come promette il governo, ma anche mentalità: “Bisogna stringere un nuovo patto sociale tra istituzioni e cittadini per rendere resilienti le comunità, i centri urbani e il “Sistema Paese””. Questo è Franco Gabrielli, capo del dipartimento Protezione civile, appena atterrato a Roma dopo i sopralluoghi nel Nord allagato. Ha la voce esausta: “Qui ognuno deve fare la sua parte. E ci deve essere una condivisione di criteri, regole, norme di comportamento. Allo Stato spettano le opere di difesa del suolo, il consolidamento dei versanti e degli argini, le dighe. Ma c’è anche una prevenzione non strutturale di cui i cittadini devono diventare protagonisti. Abbiamo assistito a una perdita intollerabile di vite umane dovuta a comportamenti che aumentano l’esposizione al rischio. Basta con la gente che annega perché deve salvare il motorino in garage, o perché sale in auto e si infila in un sottopasso quando già l’alluvione è in corso”. Gabrielli lo ripete ogni volta che ha un’audizione in Parlamento: servono investimenti e manutenzione, ma anche la formazione dei cittadini. La difesa del suolo, ma anche una cultura dell’autodifesa. Se i sindaci non hanno uno straccio di piano locale di emergenza, “i cittadini lo pretendano”.

E la responsabilizzazione deve essere anche sul piano economico. Perché non si può più pensare di intervenire sui danni solo con i soldi dello Stato: “Non si può prescindere da un intervento assicurativo”.

Assicurarsi è d’obbligo

Da anni, lo Stato annaspa sui risarcimenti postcatastrofe. Il Fen, il Fondo per le emergenze nazionali, è allo stremo. Per il 2014 era stato rimpolpato con una cinquantina di milioni, ora in cassa non c’è più un euro. Al grido di “lo Stato non può accollarsi tutto” è stato riesumato un vecchio tavolo aperto nel 2003: quello con l’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione, che da anni puntano al business del cosiddetto “rischio catastrofale” . Un business diffuso “dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Spagna alla Francia” dove, secondo Aldo Minucci, presidente Ania, già esistono accordi per ripartire “fra Stato e assicuratori la responsabilità del risarcimento”.

Lo Stato pone un tetto al risarcimento dei danni, per esempio il 50 per cento, il resto va coperto con una polizza ad hoc. Lo Stato “beneficerebbe di una riduzione del costo dei risarcimenti” mentre i privati, “con una spesa ragionevolmente contenuta, potrebbero contare su risarcimenti certi e tempestivi”. Fin qui la teoria. Che piace al governo: con l’Ania sta trattando su due tipi di polizza (il rischio sismico e alluvioni e frane), il cui costo (si ipotizzano 150 euro) potrebbe essere detratto dalla dichiarazione dei redditi. Polizza obbligatoria o facoltativa? Nel primo caso rischierebbe di essere percepita “come una nuova tassa sulla casa” ammette Minucci. Non solo. Come la metteremmo con milioni di abitazioni costruite nelle zone a più alto rischio idrogeologico, per esempio vicino agli alvei di fiumi soggetti a straripamento? Verrebbero assicurate a costi più alti? Il tavolo a Palazzo Chigi è aperto, ma la tendenza è chiara. Lo si è visto in Europa. Per l’agricoltura, la nuova Pac (la Politica agricola comune della Ue) punta sul ricorso a polizze multirischio, con incentivi per chi si assicura (sono stati stanziati 1,6 miliardi di euro dei fondi europei 2014-202) e niente rimborsi per chi non lo fa. Nel 2013 si sono assicurate 100 mila aziende, per un valore di 7 miliardi di euro (vino, cereali, ortofrutta), pagando premi per 361 milioni e ottenendo risarcimenti per 280. Ma c’è un però: obbligatoria o incentivata, nella realtà “per i consorzi di agricoltori la contrattazione con le compagnie è sempre più difficile e onerosa” spiega Paola Grossi, capo ufficio legislativo di Coldiretti. Trenta, cinquanta pagine piene di cavilli, codicilli, eccezioni, mille variabili diverse. Prima sommersi dal fango, poi dalle carte.

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